LA BANDA DEL LUPO - STORIA DI SANGUE E DI BRICOLLE

LA BANDA DEL LUPO - STORIA DI SANGUE E DI BRICOLLE

LA BANDA DEL LUPO - STORIA DI SANGUE E DI BRICOLLE

di Benito Mazzi con presentazione di Bruno Gambarotta. anno 2017. Pag 154. € 16.00

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Nel 1972 la Lanterna Blu, bar ristorante fra Santa Maria Maggiore e Druogno nell’ossolana valle Vigezzo, irruppe fragorosamente nei meandri della cronaca nera per un evento sconvolgente: nella notte tra il 4 e il 5 Giugno il piazzale del bar fu teatro di uno dei più efferati omicidi che l'Ossola ricordi.

Il crimine, originato da vecchia ruggine tra contrabbandieri, è rimasto nella memoria come il “delitto della scure”.

Non vi fu l’assalto di giornali e televisioni; per il semplice fatto che la valle rimase assolutamente muta, come i famigliari della vittima, che anteposero a ogni rivalsa o dichiarazione il silenzio del loro composto dolore.

A 45 anni di distanza, l'autore dell’insano gesto, Domenico Minoletti detto “Lupo”, ha avvertito il bisogno di raccontare quel tragico evento e il travaglio della sua vita a Benito Mazzi che ne ha tratto un libro intitolato “La Banda del Lupo – Storia di sangue e di bricolle”, edizioni Il Rosso e il Blu di Santa Maria Maggiore.

Il romanzo,  si avvale della seguente presentazione di Bruno Gambarotta.

 

 

SEMBRA UN WESTERN CREPUSCOLARE

Senza i suoi provinciali una letteratura non ha senso.

Cesare Pavese, da “Sinclair Lewis”,

“La Cultura”, novembre 1930

 

Benito Mazzi ci regala, con “La Banda del Lupo”, un nuovo tassello del grande “Romanzo della Val Vigezzo” che sta scrivendo, un capitolo dopo l'altro, da oltre cinquant’anni. In quest'ultima tessera del puzzle, forse per la prima volta, scorre il sangue. E' un tragico gioco dell'oca nel quale ogni tappa, nessuna esclusa, è situata in un locale pubblico, bar, trattoria o sala da ballo. E' il palcoscenico sul quale gli abitanti della valle, soprattutto uomini ma non solo, incarnano il ruolo che il destino ha loro assegnato nella recita della vita, di volta in volta con furbizia, protervia, intelligenza, arroganza, ottusità, viltà, generosità, ironia, scaltrezza, nel duello tra le forze dell'ordine (carabinieri e soprattutto finanzieri) e gli spalloni, gli uomini della bricolla che la legge insiste a chiamare contrabbandieri. I locali pubblici rappresentano, nessuno escluso, una zona franca, dove gli avversari, se il caso li porta ad incontrarsi, depongono le armi. Come racconta lo sfrosino Lupo, se nell’osteria dell’Albino a Monadello, erano presenti finanzieri o guardie svizzere, “a fìvan finta da mìa sgnùsas”, facevamo finta di non conoscerci. Come nell'isba del sergente nella neve quando Rigoni Stern spalancata la porta, trova i soldati russi che stanno mangiando e in silenzio gli fanno posto accanto al camino. Nei pressi di uno di questi locali, la Lanterna Blu, bar e balera all'aperto, fra Santa Maria Maggiore e Druogno, avviene, nella notte fra il 4 e il 5 giugno 1972, il fatto di sangue attorno al quale si avvolge la narrazione di Benito Mazzi, una ricostruzione intrisa di pietà, affrontata nei giorni nostri quando il tempo trascorso ha spento i rancori e i propositi di rivalsa e di

vendetta. Sembra di assistere a un film western crepuscolare, quando cowboy pieni di acciacchi rievocano con nostalgia le sfide all'Ok Corral. Benito Mazzi raccoglie la testimonianza dell'autore del gesto fatale, Domenico “Meni” Minoletti, di 68 anni, conosciuto come “il Lupo”, leggendario contrabbandiere. E' lui l'autore del colpo mortale assestato con il dorso della scure sul capo di Pietro Francini che, dopo averlo derubato, lo stava insultando. Un fatto che “lascia attonita la val Vigezzo”. Il Lupo era il capo di una banda di contrabbandieri e fino a quel giorno fatale “nonostante il mio impegno a rovinarmi, ero praticamente incensurato”. Dopo tanti anni racconta, consapevole della gravità di un gesto dettato dalla rabbia: “Una cosa posso dire con certezza: oltre a quella del Pietrino ho distrutto anche la mia vita. Per sempre”. Benito Mazzi torna più e più volte a quella notte fra il 4 e il 5 giugno del 1972, ci fa rivivere la scena vista dai vari testimoni del fatto, e in tal modo riesce ad aggiungere nuove sfumature a un evento che, nella brutale evidenza della concatenazione delle parole e dei gesti, non si presterebbe in apparenza a letture alternative. C’è però un mistero destinato a restare tale per sempre: assodato che Pietrino Francini è deceduto per il colpo infertogli sulla nuca, l' autopsia rivela sul suo corpo tracce evidenti di “gravi lesioni addomino-toraciche, consecutive ad uno schiacciamento”. Un mistero che il dispositivo della sentenza di condanna, pronunciata il 10 maggio 1974, aggira con l'ineffabile, tipica prosa giudiziaria, in frasi francamente incomprensibili. Il fatto che il Lupo sia stato provocato non legittima, secondo i giudici, la sua reazione, “nel senso che il reato diverso più grave commesso dall'altro concorrente debba poter rappresentarsi alla psiche dell'agente come uno sviluppo logicamente prevedibile di quello voluto”.

Il Lupo, condannato a 24 anni, meno 9 (3 per ogni attenuante) finirà per trascorrere in prigione un totale di 8 anni e il racconto delle sue peregrinazioni in numerosi penitenziari italiani, oltre a un drammatico soggiorno in un manicomio per effettuare la perizia psichiatrica è un capitolo illuminante nell'attenta narrazione di Benito Mazzi, intento a scrivere il suo “pasticciaccio brutto de via Merulana”. (E' facile pensare a Carlo Emilio Gadda ammirando in Mazzi l'impasto di italiano e di dialetto, quando quest'ultimo non è più un semplice reperto ma diventa linguaggio ripensato e ricreato). E come per Gadda, anche in Mazzi le note sono altrettanto godibili del testo, quando spiegano l'origine dei soprannomi: “Un ramo della famiglia Amodei di Crana è detta dei “Torroni” in quanto un suo antenato che aveva fatto lo spazzacamino a Cremona, era stato utilizzato dal fotografo Amedeo Salanti per una pubblicità del torrone, specialità di quella città”.

L'autore non si accontenta di restituire al lettore il fatto di sangue in tutte le sue sfaccettature ma va alla sua lontana genesi, la carcassa introvabile di quell'aereo Cessna in volo di addestramento da Locarno il 28 novembre 1968 e precipitato in montagna. Inoltre, in questo densissimo testo, ricco di fatti e di storie, ogni volta che l' autore fa comparire in scena un nuovo personaggio, ne ricostruisce la biografia, rievocando i duelli fra contrabbandieri e finanzieri, dove i primi sono disposti a rischiare l' arresto pur di praticare il gusto dello scherzo e dello sberleffo, in imprese che saranno rievocate per anni nelle serate all'osteria, in “un mondo ruvido e difficile, dove l' alcool, le rivalità, i tradimenti e le liti erano all'ordine del giorno”.

“Baciare la vecchia” era chiamato il rito di passaggio di un giovane all’ età matura e consisteva nell'attraversare la frontiera per la prima volta portando un carico di trenta chili di sigarette. Ecco le vite dei Gemelli di Masera, una patente e una licenza in due, che si alternano a fare i tassisti a Domodossola, tanto sono indistinguibili: Ezio catturato dalla Finanza 13 anni dopo che sono riusciti a fuggire e Bruno latitante in montagna a nutrirsi di ghiri; una saga familiare che da sola meriterebbe un romanzo. L'arte del narratore Benito Mazzi eccelle nella cronaca del crepuscolo degli spalloni, quando si aprono nuove e più tranquille opportunità di guadagnarsi da vivere e il contrabbando non paga più la fatica e il rischio. Negli anni’60 “continuarono a sfrosare solo quelli che avevano il male della frontiera, dell’ avventura, della vita rischiosa”. Il discorso vale anche per la vittima del fatto di sangue, il Pietrino di Coimo: “Da ragazzo aveva studiato, i suoi intendevano farne un bravo falegname, ma lui inseguiva l'avventura, il contrabbando era la sua vita” testimonia Luciano Vietti, lui e il Pietrino erano fin da ragazzi “cül e patèla”, culo e camicia. Quanto ai Gemelli di Masera, il padre voleva per loro una vita senza rischi ma per la madre Vivina (disegnata in un bellissimo ritratto di donna) una palestra ideale per i figli era rappresentata dal contrabbando che, come testimonia Bruno, “ti sprigionava dentro un'energia boiarda”.

Il medesimo genere di energia scatenata nel lettore, stregato dallo stile ruvido, abrasivo e insieme musicale di questa prosa. Fortunata la Val Vigezzo ad avere tra i suoi figli un cantore di questa forza. E disgraziato quel resto d’ Italia che ancora ignora di avere in casa un grande scrittore.

Bruno Gambarotta

 

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